Psicologia delle bambole reborn: fra terapia e passione da collezionisti

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Tra le varie terapie psicologiche che possono aiutare i pazienti a livello cognitivo e emotivo, ne esiste una che pone il suo focus sui dei bambolotti molto particolari: le così chiamate bambole reborn. Le reborn dolls (termine inglese) sono destinate sia agli anziani affetti da varie forme di demenza senile, sia ai bambini per puro scopo di divertimento.

Esistono vari siti ufficiali sulle bambole reborn che parlano dell’utilizzo di questi bambolotti in silicone o vinile. E molti di questi, descrivono gli effetti benefici e le varie procedure di creazione delle bambole rinate.

Negli ultimi anni si sta dimostrando sempre più utile la Doll Therapy, sviluppata grazie all’introduzione sul mercato delle cosiddette.

Oggi scopriremo di cosa si tratta e quali possono essere gli aspetti applicativi di questo metodo e, soprattutto, cosa sono le bambole “nate due volte“?

Bambole Reborn: dal collezionismo alla terapia cognitiva

Originariamente, le bambole Reborn, il cui nome significa nate due volte a causa del processo particolare con cui vengono create, furono destinate al collezionismo. Erano gli anni ’90 e ci si trovava in America, e il motivo è facilmente intuibile se solo le si osserva: sono talmente realistiche da sembrare vere.

Non a caso anche il cinema spesso se ne serve, proprio per l’alto grado di verosimiglianza con bambini reali. Non vanno pertanto considerate dei giocattoli, tanto che in America non possono essere vendute ai minori di 14 anni.

Pian piano si è notato come queste bambole, dai tratti altamente realistici, potessero essere di supporto nelle terapie cognitive e comportamentali dei malati di demenze senili come l’Alzheimer, ma anche per la riabilitazione emotiva di coppie che avevano perso un figlio.
Sembra, infatti, che queste bambole – dal cui nome ha preso vita il termine Doll Therapy – siano in grado di stimolare l’umore e di migliorare l’aderenza del paziente alla realtà.

Doll Therapy: cos’è e su cosa si basa

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A dimostrazione dell’effetto benefico sull’umore, queste bambole vengono definite anche Empathy Doll. Fu la psicologa svedese Britt-Marie Egedius-Jakobsson a teorizzarne per prima l’impiego, dimostrando come queste bambole fossero in grado di far sentire meglio chi era malato e le donne che avevano perso un figlio o non riuscivano ad averlo e, per questo, sviluppavano una depressione pericolosa.

Il principio su cui poggia questa terapia psicologica è che nei pazienti con demenze, o depressioni tali da far perdere il contatto con l’ambiente dal punto di vista emotivo e cognitivo, le bambole stimolino pensieri di un certo tipo.

Si tratta di pensieri amorevoli e dolci, e soprattutto empatici, che bypassano la parte razionale e si rivolgono direttamente alla parte emotiva, quella più profonda e arcaica. Nei pazienti con demenza, ma anche nei depressi, si nota (tra le altre cose) un impoverimento linguistico e logico. L’uso delle bambole, pertanto, si rivela positivo perché non passa attraverso quelle modalità di linguaggio, ma veicola sentimenti.

È dimostrato che, anche solo interagendo a livello emotivo con la bambola, senza l’uso della parola, prendendosi cura di lei, l’umore e lo stato d’animo migliorano. Ne consegue la diminuzione dell’uso massiccio di farmaci che dovrebbero proprio lenire gli stati d’ansia e depressivi.

C’è poi un caso specifico di applicazione della terapia. Si tratta della sindrome delle braccia vuote, che colpisce le donne che hanno perso un figlio in gravidanza. Queste donne continuano per un certo periodo a sentire letteralmente il bambino dentro di sé e possono avere distorsioni percettive per molte settimane.

Poter stringere una bambola così realistica tra le braccia può aiutare realmente la donna a riappacificarsi con il suo senso di identità materno, elaborando prima e meglio il lutto.

Il medico come figura centrale della terapia

Un aspetto importante da tenere sempre presente è che si sta parlando di una vera e propria terapia, e che quindi andrebbe gestita da un medico competente. Un esempio pratico potrebbe essere quello delle donne che non riescono ad avere un bambino. È importante che il medico stimoli le donne a interagire con le bambole ma in contesti controllati, senza che le bambole vengano trattate come veri bebè.

È fondamentale, affinché la terapia abbia effetto, non lasciare il paziente solo con la bambola, altrimenti potrebbe credere di poter sviluppare una relazione reale con essa.
A parte questa doverosa precisazione, tuttavia, le bambole reborn si sono dimostrate veramente utili.

Un impiego molto apprezzato potrebbe essere quello di usare le bambole anche in assenza di patologia. È il caso delle famiglie in cui sta per arrivare un nuovo bambino e ci sia già un fratellino o una sorellina gelosi e timorosi per quello che potrebbe comportare la nuova nascita.
In questi casi, la bambola può aiutare il bambino a prendere confidenza con il nascituro, e potrebbe anche imparare ad accudirlo e a cambiargli il pannolino per essere pronto.

Da ricordare, infine, il grande e utile impiego della terapia con gli anziani, che mostrano effetti concreti e provati.
Tra questi, vanno menzionati:

  • la stimolazione della memoria procedurale, cioè di quella parte della memoria che serve per compiere i normali gesti quotidiani. Nelle persone affette da demenza, questa memoria è compromessa, tanto che spesso gli anziani non ricordano come fare le cose più elementari. Prendersi cura di una bambola così realistica, sollecita l’anziano a compiere dei gesti, dei movimenti e a mettere in atto comportamenti che necessitano attenzione e memoria;
  • la stimolazione del lato empatico, cosa che si dimostra facilmente se si toglie dalle braccia di queste persone la bambola e la si sostituisce con un altro oggetto. Il soggetto si sentirà triste, a dimostrazione che era proprio la bambola e non un oggetto qualunque a dare quel calore;
  • l’uso diminuito dei farmaci antidepressivi, correlato al miglioramento del tono dell’umore;
  • il miglioramento delle facoltà cognitive, perché l’anziano dovrà compiere delle scelte continue per accudire la bambola, come ad esempio cambiarla o nutrirla piuttosto che decidere di giocare con lei o semplicemente cullarla tra le braccia.

 

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